Caffè e Parkinson: cosa dice la ricerca?

24 luglio 2018

Caffè e Parkinson: diversi studi scientifici hanno provato a dimostrare l'effetto benefico della caffeina sui pazienti affetti da questa grave e sfortunata patologia, ma in cosa consiste questo effetto? Abbiamo provato a capirne di più.



Caffè e Parkinson: lo studio di Honolulu



Su caffè e Parkinson le prime pubblicazioni su riviste scientifiche fanno riferimento alla ricerca di Honolulu: uno studio durato circa 27 anni facente parte di un programma di prevenzione cardiovascolare.

I soggetti esaminati erano giapponesi e americani fra i 45 e i 68 anni e una delle variabili analizzate era il consumo di caffè. Su 8004 soggetti seguiti nel tempo e di cui venivano monitorate le abitudini e lo stile di vita, 102 si ammalarono di Parkinson. Una delle evidenze emerse dal monitoraggio è che coloro che consumavano più di 900 mg di caffè al giorno avevano meno probabilità di sviluppare la malattia.

Caffè e Parkinson: lo studio italiano



Effettuato per 4 anni su 79 pazienti già affetti dal morbo di Parkinson, lo studio dimostrò che chi assumeva più di 300 mg. di caffè al giorno aveva sintomi più lievi e necessitava di una dose ridotta di farmaci.

I problemi motori tipici del Parkinson sono causati da una minore produzione di dopamina in alcune aree del cervello, uno degli effetti del caffè è di bloccare i recettori per l’adenosina che inibiscono la produzione di dopamina. I risultati di questo studio furono utilizzati per lo sviluppo dei farmaci anti-parkinson antagonisti dei recettori dell’adenosina A2A.

Caffè e Parkinson: lo studio giapponese



Un nuovo studio pubblicato recentemente su Neurology è stato effettuato da Nobutaka Hattori del Department of Neurology, Juntendo University School of Medicine, Tokyo, Giappone.

Lo studio è stato effettuato su 108 pazienti affetti da Parkinson in forma lieve o moderata che non aveva quindi ancora compromesso le facoltà cognitive (54% uomini, età media 67,1 anni) in un ospedale in Giappone tra il dicembre del 2013 e il febbraio del 2014, e su 31 soggetti sani (43% uomini, età media 63,3 anni), l'obiettivo era quello di misurare i livelli di caffeina e dei suoi 11 metaboliti presenti nel sangue dei partecipanti.

Nei pazienti affetti da Parkinson rispetto a quelli sani l'assorbimento del caffè era inferiore e inferiori erano i tassi dei metaboliti presenti nel sangue. Lo studio dimostrò quindi che il caffè oltre ad essere un agente protettivo come era emerso da altri studi, poteva anche essere considerato un biomarcatore predittivo per i soggetti che potrebbero sviluppare il Parkinson, studiando il cattivo assorbimento metabolico nei soggetti a rischio di Parkinson.

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